domenica 29 gennaio 2012

Lo stato leviatano nel Brasile del terzo millennio

Non è l’economia di mercato a dettare le reagole del mondo verrebbe da commentare. Di questi tempi, poi, chi s’azzarda a dirlo in pubblico rischia più di qualche tirata d’orecchi. La grave crisi economica che colpisce il mondo occidentale ha messo in ginocchio le grandi economie, quelle che parevano invincibili e destinate a dominare con la globalizzazione il mondo intero.
Eppure, il Brasile, paese di impronta avanguardista e zapatista, quello di Lula/Dilma e del Partido dos Trabalhadores, sembra offrire una “ricetta” sua, guardando di sottecchi alle grandi economie della terra in crisi profonda. Già, perché il gigante giallo-oro non si fida dell’America e, in fondo, se la ride dell’Europa ad un passo dal tracollo, e si propone come ago della bilancia del futuro assieme a Cina e India.
L’oramai ricco Brasile che contribuisce al risollevamento dei paesi in difficoltà a cominciare in modo massiccio col Portogallo, suo antico colonizzatore, e passare per Stati Uniti e Italia, si ritaglia il ruolo di protagonista rispettato e, in alcuni casi, adulato (sono molti gli europei che nei prossimi anni “migreranno” tra San Paolo, Rio de Janeiro, gli Stati del Sud e Minas Gerais).

La domanda, però, ce la dobbiamo porre, perché chi scrive nutre alcuni dubbi sul Brasile odierno, ossia quello che Dilma Rousseff ha ereditato da Luiz Ignácio Lula da Silva. Davvero questo paese è destinato ad un futuro glorioso nelle condizioni in cui è? Rispondere no sembrerebbe un gesto irrispettoso nei suoi confronti, ma è giusto ricordare che vivere in Brasile oggi non è facile per chi è abituato a non essere succube o, comunque, soggetto all’ingerenza totale dello stato e del pubblico sul privato.
Il concetto di individuo in questo paese è assai vago e, tutto sommato, sconosciuto. Esiste, piuttosto, un’idea fissa e, me lo si lasci dire, patetica di comunità (non quella della favela che pure in portoghese “politicamente corretto” è definita comunidade), bensì di popolo da proteggere e informare con un’azione didattica e didascalica da parte dello stato. Un terzo della popolazione brasiliana vive nelle favelas, appunto, ma oltre cento milioni di cittadini di questo paese possono, anzi, potrebbero contare di più se maggiormente responsabilizzati.
Un paese che si vuole sviluppato (e lo affermo da italiano sapendo quali e quante resistenze anche il nostro paese ha incontrato e ancora incontra per affrancarsi dal giogo dello stato leviatano) deve essere consapevole che la strada perché avvenga una vera riforma strutturale della propria forma di stato passa per un forte cambiamento, forse un’autentica rivoluzione, culturale.
La burocrazia degli uffici pubblici, la lentezza con cui si espletano le pratiche, i mille ritardi, le “facili” scorciatoie ungendo i funzionari pubblici assai inclini ad accettare regalie e pecunia, la mancanza di professionalità dovuta alla carente formazione del personale anche a causa di un sistema scolastico e universitario che non prepara a dovere (in ciò, in particolare, l’Italia non è molto diversa) sono aspetti con cui il cittadino brasiliano è costretto a convivere quotidianamente.
Tanti sono gli esempi che si potrebbero fare a tal proposito ma il punto interessante è che il Brasile non è ancora capace di concepire la sua forza lavoro come categoria produttiva. La poca efficienza dell’amministrazione pubblica ne è un esempio, ma altrettanto evidente è la quasi totale mancanza di manodopera specializzata per le aziende private. 

Il ritardo che il Brasile vive in una fase che comunque lo vede protagonista pregiudica il suo cammino verso un futuro brillante. Naturalmente non si può pretendere che i processi di cambiamento avvengano dall’oggi al domani, ma la classe politica e dirigente di questo paese deve comprendere la necessità di un pensiero diverso e, soprattutto, di forme e strutture snelle e non elefantiache di stato.
E’ altresì certo che i brasiliani non possono continuare a sottostare al ricatto di chi li guida e comanda accettando un sistema inefficiente e corrotto che non rende un servizio al cittadino bensì richiede al medesimo di accettare la sua sudditanza. Ci si deve rendere conto che è lo stato al servizio del cittadino e non il contrario. Scivolare in una forma “socialisteggiante” di paese è tutt’altro che impossibile e, checché se ne dica, questo è ciò che rischia di accadere in Brasile. 

Paride Vallarelli

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