Non è l’economia di mercato a dettare le
reagole del mondo verrebbe da commentare. Di questi tempi, poi, chi s’azzarda a
dirlo in pubblico rischia più di qualche tirata d’orecchi. La grave crisi
economica che colpisce il mondo occidentale ha messo in ginocchio le grandi
economie, quelle che parevano invincibili e destinate a dominare con la
globalizzazione il mondo intero.
Eppure, il Brasile, paese di impronta
avanguardista e zapatista, quello di Lula/Dilma e del Partido dos
Trabalhadores, sembra offrire una “ricetta” sua, guardando di sottecchi alle
grandi economie della terra in crisi profonda. Già, perché il gigante
giallo-oro non si fida dell’America e, in fondo, se la ride dell’Europa ad un
passo dal tracollo, e si propone come ago della bilancia del futuro assieme a
Cina e India.
L’oramai ricco Brasile che contribuisce al
risollevamento dei paesi in difficoltà a cominciare in modo massiccio col
Portogallo, suo antico colonizzatore, e passare per Stati Uniti e Italia, si ritaglia
il ruolo di protagonista rispettato e, in alcuni casi, adulato (sono molti gli
europei che nei prossimi anni “migreranno” tra San Paolo, Rio de Janeiro, gli
Stati del Sud e Minas Gerais).
La domanda, però, ce la dobbiamo porre, perché
chi scrive nutre alcuni dubbi sul Brasile odierno, ossia quello che Dilma
Rousseff ha ereditato da Luiz Ignácio Lula da Silva. Davvero questo paese è
destinato ad un futuro glorioso nelle condizioni in cui è? Rispondere no sembrerebbe
un gesto irrispettoso nei suoi confronti, ma è giusto ricordare che vivere in
Brasile oggi non è facile per chi è abituato a non essere succube o, comunque,
soggetto all’ingerenza totale dello stato e del pubblico sul privato.
Il concetto di individuo in questo paese è
assai vago e, tutto sommato, sconosciuto. Esiste, piuttosto, un’idea fissa e, me
lo si lasci dire, patetica di comunità (non quella della favela che pure in
portoghese “politicamente corretto” è definita comunidade), bensì di popolo da proteggere e informare con un’azione
didattica e didascalica da parte dello stato. Un terzo della popolazione
brasiliana vive nelle favelas, appunto, ma oltre cento milioni di cittadini di
questo paese possono, anzi, potrebbero contare di più se maggiormente responsabilizzati.
Un paese che si vuole sviluppato (e lo affermo
da italiano sapendo quali e quante resistenze anche il nostro paese ha
incontrato e ancora incontra per affrancarsi dal giogo dello stato leviatano)
deve essere consapevole che la strada perché avvenga una vera riforma
strutturale della propria forma di stato passa per un forte cambiamento, forse
un’autentica rivoluzione, culturale.
La burocrazia degli uffici pubblici, la
lentezza con cui si espletano le pratiche, i mille ritardi, le “facili”
scorciatoie ungendo i funzionari pubblici assai inclini ad accettare regalie e
pecunia, la mancanza di professionalità dovuta alla carente formazione del
personale anche a causa di un sistema scolastico e universitario che non
prepara a dovere (in ciò, in particolare, l’Italia non è molto diversa) sono
aspetti con cui il cittadino brasiliano è costretto a convivere
quotidianamente.
Tanti sono gli esempi che si potrebbero fare a tal
proposito ma il punto interessante è che il Brasile non è ancora capace di concepire
la sua forza lavoro come categoria produttiva. La poca efficienza dell’amministrazione
pubblica ne è un esempio, ma altrettanto evidente è la quasi totale mancanza di
manodopera specializzata per le aziende private.
Il ritardo che il Brasile vive in una fase che
comunque lo vede protagonista pregiudica il suo cammino verso un futuro
brillante. Naturalmente non si può pretendere che i processi di cambiamento
avvengano dall’oggi al domani, ma la classe politica e dirigente di questo
paese deve comprendere la necessità di un pensiero diverso e, soprattutto, di
forme e strutture snelle e non elefantiache di stato.
E’ altresì certo che i brasiliani non possono
continuare a sottostare al ricatto di chi li guida e comanda accettando un
sistema inefficiente e corrotto che non rende un servizio al cittadino bensì
richiede al medesimo di accettare la sua sudditanza. Ci si deve rendere conto
che è lo stato al servizio del cittadino e non il contrario. Scivolare in una
forma “socialisteggiante” di paese è tutt’altro che impossibile e, checché se
ne dica, questo è ciò che rischia di accadere in Brasile.
Paride Vallarelli














