sabato 19 maggio 2012

Prosecco e dazi: o custo Brasil!


Tra non molto tempo forse si capirà meglio ciò che il Brasile ha in mente di fare visto che da alcune settimane rincorre la voce che le tariffe doganali nei confronti del vino verranno ulteriormente elevate (come se già oggi non fossero particolarmente alte…). E sempre quelle voci sostengono che la pressione da parte dei produttori locali, in particolare nel Rio Grande do Sul, tradizionalmente la terra dei vini brasiliani, sia molto forte affinché ciò si realizzi in tempi rapidi.
Già, perché al momento di soli dazi per tutto ciò che arriva dall’estero oscilliamo intorno all’80% per i vini da tavola e al 120% per gli spumanti (Champagne e Prosecco per intendersi…). Si impone, pertanto, la necessità di aumentare ulteriormente tributi e balzelli in nome del protezionismo giallo-oro e, soprattutto della difesa del proprio orticello dai vini stranieri che rischiano di invadere il mercato brasiliano. Appunto, e che male ci sarebbe se ciò coincidesse con una maggiore qualità del prodotto in generale?
In passato ci siamo spesi parecchio a segnalare che a causa dei costi altissimi, o custo Brasil come viene definito da queste parti, arrivino vini spesso assai scadenti e di prezzo. E’ il caso del Prosecco a cui siamo affezionati e che, purtroppo, è oggetto di pessima pubblicità da parte di quei produttori italiani che esportano verso il Brasile delle autentiche ciofeche (a volte neanche tanto economiche) spacciate per prodotto di buona qualità perché in fondo i brasiliani capiscono ancora poco di vino…
Ecco, il punto è che questa gente con la logica del solo business e dei pochi scrupoli dovrebbe essere messa alla berlina da chi difende seriamente il nome del Prosecco e più in generale dei vini di qualità, ma si sa che non sempre è facile. Eppure crediamo che si potrebbe arrivare a tanto se dall’Italia si monitorasse con maggiore attenzione il Brasile che, oramai da qualche tempo, è oggetto di notevole attenzione da parte di molti produttori di Prosecco in generale. Si, il Brasile è un mercato che attira molto, non c’è dubbio!
Quanto agli ulteriori rincari sui dazi cui potremmo assistere tra non molto ci auguriamo che ciò sia solo una minaccia e che in realtà succeda il contrario. Potessero scendere le imposte salatissime sui vini siamo sicuri che la concorrenza diverrebbe maggiore premiando le scelte di qualità. Di questo dovrebbero rendersi conto anche i brasiliani senza tante logiche nazionalistiche e protezionistiche che servono solo a peggiorare le cose piuttosto che a migliorarle.
Meditiamo davanti a un buon bicchiere di vino!

Paride Vallarelli

sabato 12 maggio 2012

Il Leone di San Marco vola basso...


Il riposo del Leone di San Marco, 1998
Giovanni Tommasi Ferroni

Il Leone di San Marco vola basso... 
Già, mi verrebbe da dire che sarebbe ora di smetterla col volerlo sempre tirare in ballo perché poi rischia di fare la fine del prezzemolo col suo essere onnipresente. Con tutto il rispetto per quanti si spendono per la sua causa e vorrebbero rispolverare gli antichi splendori, io mi chiedo se non sia piuttosto venuto il tempo di voltare pagina e lasciare il bel felino veneziano tranquillo per qualche tempo.
Venezia è stata una città potente, ricca di gloria e quasi imbattibile per lunghi secoli, ma quello che oggi noi siamo è ben diverso e non sempre esaltante. Essere veneti e fieri delle proprie radici e origini è sacrosanto, ma non basta la storia sfolgorante e i fasti della Serenissima per dire che noi siamo bravi e che sappiamo amministrarci bene.
Eppoi, un dubbio che mi assilla da tempo: da soli dove andiamo? Padroni a casa nostra si, ma soli come cani mentre un mondo nuovo, frutto anche della crisi economica globale (o quasi… perché in Brasile, ad esempio, di crisi non si parla), si sta affacciando sulla scena internazionale. Ed è proprio quel nuovo mondo (magari anche col Brasile) che si appresta a prendere le leve del comando.

Il Leone di San Marco vola basso… 
Già, perché la vita è fatta di cicli e ricicli ma anche di novità e cambiamento. Perché non puntare sull’Europa, malgrado tutte le avversità degli ultimi tempi, piuttosto che spendere (o forse sprecare) le proprie energie con l’illusione futura di vivere in paradiso? Non sarebbe meglio tirare meno sassate e pietre all’Europa accusandola di essere stata concepita dalle banche e dai grandi capitali? Ognuno a fare la sua parte, nelle pur notevoli differenze del coacervo di popoli che costituisce il vecchio continente, cercando di edificare un futuro solido e duraturo aldilà del proprio piccolo (ma veramente piccolo) orticello dove invece di crescere rose e ciclamini finiremmo infestati di gramigna e ortiche?
Certo, noi veneti siamo davvero bravi e debelleremmo in un batter d’occhio tutta l’erbaccia di casa nostra, ma non mi si chieda di passare il tempo a coltivare il mio piccolo campo mentre fuori il mondo pulsa e vive a ritmi ben diversi.
Insomma, caro Leone Alato tu che hai volato alto per tanto tempo riposati un po’, te lo meriti, e ricordati che anch’io ti ho sempre voluto bene, tanto bene, ma non mi chiedere la luna… Un giorno, forse, magari anche Marte, ma ora riposa tranquillo e lasciati cullare su una gondola dai dolci flutti della tua bella laguna.

Paride Vallarelli

martedì 1 maggio 2012

La Terra vista dal cielo



Da qualche giorno sono esposte a Cinelandia, elegante quartiere del centro di Rio de Janeiro, 130 meravigliose foto scattate dal fotografo francese Yann Arthus-Bertrand. La Terra vista dal cielo (27 Aprile – 24 Giugno) è un’esposizione fotografica unica e imperdibile, soprattutto per chi vive a Rio. L’evento è stato organizzato dal Ministero della Cultura francese e dell’Ambasciata di Francia in Brasile in occasione del “Rio+20”, la conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile che si terrà nella città carioca dal 20 al 22 giugno.
La Terra vista dal cielo è occasione anche per riflettere sulle condizioni in cui la maggior parte della popolazione del nostro pianeta vive e sulla difficoltà di reperire risorse all'infinito. Solo con una “logica” eco-sostenibile possiamo pensare di salvare la Terra dalla catastrofe cui potrebbe essere destinata un giorno. Ci sono i mezzi e le possibilità per evitare che si arrivi a tanto, quindi è doveroso che non solo si affronti la questione (assai dibattuta negli ultimi anni) ma si cerchi di risolverla.

Più sotto alcuni numeri relativi agli ultimi 20 anni:

 - Il PIL mondiale è aumentato del 75% ma ancora un miliardo di persone vive sotto la soglia di povertà 

- Il CO2 è aumentato del 36% 
- L’uso di energia solare è aumentato del 30.000% 
- La foreste hanno perso quasi 300 milioni di ettari (circa 13 milioni all'anno), anche se oggi il 6% è certificato ed il 13% protetto. 
- Ben 2 miliardi di persone ha ottenuto accesso all'acqua benché il 37% della popolazione ancora faccia fatica a raggiungerlo o non lo raggiunga affatto.  
- Oltre 1 miliardo di persone soffre di denutrizione 
- A rischio estinzione 1 specie vertebrata su di 5

Paride Vallarelli

Per chi volesse conoscere Yann Arthus-Bertrand:

Per maggiori informazioni su Rio+20:
http://www.uncsd2012.org/rio20/index.php?page=view&type=12&nr=238&menu=32

sabato 28 aprile 2012

Briganti d'Italia!


Il brigante Carmine Crocco
Passati i festeggiamenti per i 150 anni del nostro paese, torno a chiedermi quale sia stato il senso di costruire l’Italia quando non erano poi tantissimi a volerla. Oggi faccio fatica a vedere un’Italia divisa, malgrado tutte le difficoltà di una storia sgangherata e non sempre dignitosa, ma è interessante comprendere le dinamiche che hanno portato alla nascita a tavolino di un paese che forse non avrebbe dovuto nascere.
Certo, si è scritto moltissimo del nostro Risorgimento nel passato, ma è soprattutto un bene che negli ultimi anni sia cominciato un processo che scava nelle profondità della questione lasciando, finalmente, da parte l’aura di ufficialità che per tanto tempo ci ha fatto studiare a memoria i nomi di Cavour, Garibaldi e Mazzini.  
Prendo perciò spunto da un film di Pasquale Squitieri, Li chiamarono briganti, uscito nel 1999 e con un cast d’eccezione (Enrico Lo Verso, Claudia Cardinale, Remo Girone, Franco Nero, Lina Sastri, Giorgio Albertazzi, etc.) e che, a onor del vero, non ho trovato esaltante quanto a fluidità (a volte pesante e con poco realismo nelle azioni di battaglia e nei duelli), ma che mi ha ispirato e fatto riflettere.
Il film racconta la parabola di Carmine Crocco, un brigante di Rionero in Vulture in Basilicata che, dopo aver combattuto per Garibaldi decide di entrare nella resistenza filo-borbonica e combattore contro l’invasore, l’esercito regio piemontese. Venuto a mancare l’appoggio anche della Chiesa che per un tempo aveva sostenuto il fenomeno del brigantaggio, Crocco verrà arrestato e finirà i suoi giorni sulla soglia degli ottant’anni in un prigione di Portoferraio all’Elba.
Il brigante Crocco, in realtà, nel momento in cui cominciò a rappresentare una vera minaccia per i piemontesi, contava su un esercito di almeno duemila uomini. E’ da notare, tra l’altro, che nell’Italia meridionale, soprattutto tra Puglia, Basilicata e Campania, di uomini come Crocco ce n’erano diversi che con i loro piccoli eserciti misero a dura prova i piemontesi.

L'Italia nel 1861
Già, ed è proprio qui il nodo della questione… Bande di briganti, banditi scapestrati in cerca di fortuna, uomini che razziavano e stupravano, carne da macello che solo il linguaggio delle armi e della violenza conoscevano. Tutto ciò si è spesso sentito dire a proposito del fenomeno del brigantaggio, ma è vero che negli ultimi tempi qualcosa è cambiato. Nel caso specifico del film di Squitieri si avverte la necessità, che ci si riesca o meno, di spiegare chi erano i briganti e perché si opponevano così duramente ai piemontesi.
Non certo quattro smidollati in cerca di fortuna e gloria o di semplici banditi (anche quelli c’erano, non vi è dubbio), piuttosto gente qualunque, povera gente affamata che si rivoltava contro l’oppressore che solo qualche tempo prima, con Garibaldi, aveva portato l’illusione di un cambiamento. Le antiche terre dei Borboni, tuttavia, non avrebbero mai potuto accettare di buon grado un invasore che parlava una lingua diversa (fosse il francese o i dialetti locali del Nordovest dell’Italia) e che del meridione conosceva davvero poco se non addirittura nulla.
E qui sorge la domanda: chi aveva l’interesse di unificare un paese con differenze talmente evidenti da sembrare un’impresa ardua e complessa? L’Italia che nasceva all’epoca doveva provare all’Europa di non esserne lo zimbello e, d’altra parte, l’unità dello Stivale avrebbe avuto buon gioco sulla Chiesa che non sentiva ragione, ovviamente, di riconoscere la nuova autorità.
Certo, processi di questa portata non sono mai indolore ed è vero che chi scrive la storia da vincitore ha ogni motivo per cancellare le nefandezze che la ragion di stato sostiene, tuttavia, pur non volendo fare “apologia di separatismo”, noto con sempre maggiore curiosità che quell’Italia che non voleva essere Italia emerge a distanza di un secolo e mezzo e si materializza come forse non era mai capitato in passato.

L’Italia di oggi il cui carattere distintivo è quello di riconoscersi nell’antitalianità è un paese diviso e frammentato. La crisi economica amplifica ulteriormente le divisioni, ma è evidente che per uno stato che non ha mai funzionato e che oggi si è drasticamente impoverito, i caratteri specifici della “regionalità” temprano gli spiriti dei non pochi che di Roma e del suo centralismo non sanno che farsene.
Anche il Veneto, mia regione di provenienza, forse più del Sud spinge sull’acceleratore dell’indipendentismo (un ultimo recente sondaggio addirittura porterebbe quasi un veneto su due a sostenere l’indipendenza da Roma) a dimostrazione di ciò che realmente è questo paese: un colabrodo tenuto unito dalla paura e dagli spauracchi del futuro senza grandi certezze e dalla necessità di rimanere in Europa.
Ecco perché, allora, c’è bisogno che chi regge le sorti della nazione (il compito è comunque difficile, lo possiamo immaginare) si renda conto che nella grave difficoltà in cui versa l’Italia non ci si rifaccia alla vecchia e logora retorica patriottarda che, inevitabilmente, è venuta fuori durante le celebrazioni del 150° anniversario.
Furono molti anche i Veneti che combatterono contro i piemontesi dalla parte dell’Austia e che fecero molta fatica a riconoscere il nuovo venuto dopo il crollo degli Asburgo. Il mondo stava cambiando e l’Europa geopolitica avrebbe mutato consistentemente nei decenni  a venire, ma della nuova Italia non ci si accorse granché perché il paese era manifestamente debole e poco credibile.
Solo il fascismo, d’altra parte, fece con la forza quello che altri prima non erano riusciti a ottenere. Mandare siciliani e calabresi in Alto Adige o i veneti e i friulani nell’Agro Pontino, questo miscuglio di dialetti e culture ebbe un primo impatto assai traumatico (mentre milioni di italiani erano già emigrati verso le Americhe…).
Ricordo, infine, Mike Bongiorno che in un’intervista di parecchi anni fa raccontava di come fosse stata la RAI, la televisione pubblica, a fare gli italiani. Già, probabilmente è andata così, una storia affascinante di un paese sgangherato e forse proprio per questo continueremo a  lamentiarci non sopportando di essere italiani. In fondo, però, ce ne siamo fatti una ragione e paradossalmente ci piace di tanto in tanto mandarci a quel paese… già, proprio a quel paese!

Paride Vallarelli

sabato 14 aprile 2012

Grande Capo

Grande Capo "Arrapaho"
Cose di casa nostra... Con la caduta di Bossi e, forse, della Lega, assistiamo alla saga tutta italiana di partiti e movimenti che senza il Capo muoiono. Già, perché ciò che conta è soprattutto quel che fa Grande Capo, perché lui è quello (o quelo) che ispira i seguaci e detta regole e condizioni (sue proprie e spesso in ritta di collisione con glie equilibri d pesi e contrappesi che in democrazia contano).
Il gioco al rilancio, le scorciatoie, le imboscate, le smentite nel più classico dei "qui lo dico e ... lì lo nego, le astuzie etc., tutto ciò che può generare consenso a Grande Capo è comprensibile, e, perché no, giustifica.
abile. La teoria dell'infallibilità, come un nuovo Re Mida che tutto ciò che tocca trasforma in oro, il popolo vuole il mago, il vate, l'oracolo, ovvero chi è in grado di scrutare il futuro e guidare il proprio gregge verso il cammino certo della Salvezza.
Sembra, d'altra parte, che gli italiani (un parte almeno) amino essere presi per i fondelli e, ancor più, passare per idioti, forse perché non è tipico del Belpaese l'assunzione delle responsabilità, piuttosto sono inclini a delegare ogni decisione a Grande Capo che poi ci pensa lui e, certamente, aggiusta tutto. Lo abbiamo visto e rivisto in tutte le salse per un verso e per l'altro ma è tipico della nostra razza scapestrata non riuscire mai a mettere la testa a posto. Siamo fatti con le pezze al culo e molti di noi rimango plebaglia d'accatto vivendo di espedienti quasi fossimo suonatori d'organetto per dirla alla Churchill...

Buone... tagliatelle ai funghi porcini!
In queste ultime settimane di passione, abbiamo nuovamente assisitito ai grandi drammi andati in scena nel Belpaese. Il mondo, seppure con qualche difficoltà, va avanti ma nell’Italietta nostrana e volgarotta ben altro passa per la testa di molti italiani. Nani e ballerine, puttane e magnaccia, ladri e corrotti, mentre chi tenta di rimettere le cose a posto (forse Monti avrebbe dovuto cambiare paese e nazionalità, era meglio per lui) viene crocifisso perché non è ancora riuscito a risolvere tutti i mali che ci affliggono. Che incapacità!
Ma si, in fondo questa Italia qua andrà ancora avanti, forse alla deriva, ma come quelle navi fantasma che si perdono nei mari e negli oceani per riapparire a distanza di anni, così sarà anche per noi. Sapremo ben venderci raccontando a tutti che con l’antica Roma abbiamo colonizzato il mondo, che con il Rinascimento abbiamo insegnato a tutti (Leonardo, Michelangelo, Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Tiziano, Mantegna, etc.) e che con pizza e pasta, la vera cucina, abbiamo aperto ristoranti in ogni paese…
Insomma, la situazione è grave ma non seria e tra una lotta sociale e l’altra in estenuanti trattative che disquisiscono sul sesso degli angeli, attendiamo tutti Grande Capo che presto tornerà, ne siamo certo, e risolverà tutti i mali nostri (e magari quelli del mondo intero).
Non una nazione, una vera Armata Brancaleone… ognun per sé e Dio per tutti!

Paride Vallarelli

venerdì 6 aprile 2012

Dois séculos de arbítrio por Rodrigo Constantino

Enquanto o Brasil já teve diversas Constituições com inúmeras emendas, os Estados Unidos continuam com a mesma Constituição escrita pelos “pais fundadores”, com menos de 30 emendas em dois séculos. Há algo de muito errado com a forma pela qual tratamos este fundamental documento.
No livro A história das Constituições brasileiras, o historiador Marco Antonio Villa disseca os maiores absurdos das várias Constituições que tivemos. Na sua apresentação, a síntese é perfeita: “Não é exagero afirmar que os últimos 200 anos da nossa história têm como ponto central a luta do cidadão contra o Estado arbitrário. E, na maioria das vezes, o Estado ganhou de goleada”.
Somos mesmo um país sui generis, que não pode ser levado muito a sério. Infelizmente, desprezamos com vontade os mais básicos valores republicanos. Ao colocarmos em textos constitucionais verdadeiras aberrações (veremos alguns exemplos adiante), acabamos por estimular uma cultura de desrespeito às regras básicas. Uma enxurrada de leis inconstitucionais é aprovada, apenas para não pegar, ou então para jogar em descrédito a própria Constituição.
A coisa começou muito mal em nosso país. Nossa primeira Constituição foi monárquica, de 1824, e não distinguia recursos familiares daqueles oriundos do Erário nacional. Um dos artigos diz: “Os palácios e terrenos nacionais, possuídos atualmente pelo senhor D. Pedro I, ficarão sempre pertencendo aos seus sucessores; e a nação cuidará nas aquisições e construções que julgar convenientes para a decência e o recreio do imperador e sua família”. Eis que tinha início a prática do patrimonialismo, com o respaldo constitucional.

Outras Constituições vieram em 1891, 1934, 1937, 1946, 1967 e 1988. Mas as idiossincrasias brasileiras deixariam sua marca registrada em todas. O viés autoritário foi maior algumas, mas esteve presente em todas elas. 
Em 1930, por exemplo, um decreto não deixava margem à dúvida. O governo exerceria “discricionariamente em toda a sua plenitude as funções e atribuições não só do poder Executivo, como também do poder Legislativo”. Por decreto, seis ministros do Supremo Tribunal Federal foram aposentados. Os governos estaduais foram assumidos por interventores que respondiam ao poder central. Não havia limites constitucionais ao poder do estado.
Conforme aponta o autor, foi na Constituição de 1934 que se inaugurou a “minúcia e o pormenor”, ou seja, a “indistinção entre a legislação ordinária e a constitucional”. A quantidade de artigos mais que dobrou em relação a Constituição anterior. Um dos artigos falava sobre as multas de mora, a defesa contra os efeitos das secas nos estados do Norte mereceu outro artigo, e até o vestibular foi constitucionalizado. 
Além disso, fruto dos tempos, o conceito de segurança nacional ganhou enorme destaque, deixando espaço bem menor para os direitos e garantias individuais. O modelo de inspiração passava a ser o europeu, sob regimes totalitários. Até mesmo a “melhoria da raça” foi preocupação dos constituintes, que delegaram ao governo a tarefa de “estimular a educação eugênica”. Os liberais nunca estiveram tão menosprezados como nesta época.

Getulio Vargas
Um trecho do livro merece ser citado na íntegra, pois ele retrata a triste realidade de nosso país: “O palácio é vizinho do campo do Fluminense, nas Laranjeiras. Enquanto o ditador lia monocordicamente o discurso – Vargas nunca foi um bom orador –, ao fundo era possível ouvir os brados dos torcedores saudando os gols do Fluminense. Em meio aos gritos de gols, Vargas dissertava enfadonhamente sobre as benesses da ditadura e da supressão das liberdades democráticas”. Há tempos que o povo brasileiro parece não se importar muito com as perdas das liberdades, desde que tenha um jogo emocionante de futebol para assistir!
O culto ao poder central, outra mancha recorrente em nossa história, mostrou-se forte como nunca. Bandeiras e hinos estaduais foram proibidos, e assim permaneceram por oito anos. Foi nesta Constituição que inúmeras “conquistas” trabalhistas foram impostas também. Somente o sindicato regularmente reconhecido pelo estado teria o direito de representação legal dos que participavam da categoria. O “pai dos pobres” criava a máfia sindical que perdura até os dias de hoje.
Na Constituição de 1946, o lobby dos jornalistas conseguiu incluir em um artigo este fantástico privilégio: “Durante o prazo de quinze anos, a contar da instalação da Assembléia Constituinte, o imóvel adquirido, para sua residência, por jornalistas que outro não possua, será isento do imposto de transmissão e, enquanto servir ao fim previsto neste artigo, do respectivo imposto predial”. Parece piada, mas como dizia o recém-falecido Millôr, o Brasil é o país da piada pronta!

A Constituição seguinte foi criada pelo regime militar, onde o arbítrio foi enorme com a justificativa – em parte verdadeira – de que ele era necessário para combater a ameaça comunista. Aliás, as tentativas recorrentes de grupos comunistas instaurarem no Brasil um modelo nos moldes soviéticos serviu várias vezes como motivo ou pretexto para avanços do estado sobre nossas liberdades. Eis um enorme custo que esta ideologia nefasta deixou para o país, mesmo que os revolucionários não tenham chegado ao poder pela luta armada.
Por fim, chegamos na “Constituição Cidadã”, liderada por Ulysses Guimarães na fase da redemocratização. Trata-se da mais longa das Constituições, com 250 artigos e mais 70 nas disposições transitórias. Ela já recebeu 67 emendas, uma média de 3 por ano de vida. Sua abrangência é espantosa. Como afirma Villa: “É difícil encontrar algo da vida social que a Constituição não tenha tentado normatizar”. 
A “Constituição Besteirol”, como a apelidou o saudoso Roberto Campos, representa a melhor ilustração da típica crença nacional de que é possível resolver todos os males que assolam o país com base em leis. Talvez se ela fosse promulgada um ano depois, após a queda do Muro de Berlim, as coisas pudessem ser um pouco diferentes. Mas o fato é que o texto denota claro ranço ideológico em prol do socialismo light ou da social-democracia, além de boas pitadas nacionalistas. A Carta mais parece um programa político-econômico, quando determina, por exemplo, a “busca do pleno emprego” como objetivo, ou quando limita as taxas de juros reais em 12% ao ano. 

Fora isso, há trechos esquizofrênicos também, como a garantia da propriedade privada ao lado da afirmação de que a propriedade atenderá a sua função social (sabe-se lá o que é isso e quem define), ou então a igualdade de todos perante as leis, e em seguida os privilégios de classes e etnias. E, para ridicularizar de vez o documento, o Colégio Pedro II mereceu menção especial, com garantia de que seria mantido na órbita federal. De fato, como pensar em ter uma Constituição que não legisla sobre um colégio?!
Um último capítulo do livro é dedicado ao Supremo Tribunal Federal, supostamente o guardião da Constituição do país. O que Marco Antonio Villa argumenta, entretanto, é que esta crucial instituição republicana tem falhado sistematicamente em sua função precípua, adotando postura subserviente ao poder Executivo com incrível freqüência. Não custa lembrar que o escândalo do “mensalão” ainda não foi julgado, enquanto alguns crimes já começam a prescrever. Este é apenas um exemplo entre vários. Outro exemplo foi o confisco do Plano Collor, que não poderia ser considerado constitucional de forma alguma.
Em resumo, o Brasil é mesmo um país complicado, com pouco apreço pelo império das leis. Mais parece uma República das Bananas, cuja Carta Magna trata de infindáveis aspectos insignificantes para uma Constituição, além de preservar incrível dose de arbítrio ao poder Executivo. Nossas Constituições, em outras palavras, acabam refletindo a cultura do povo, esta crença ingênua no estado forte e messiânico, que tudo pode e nada teme.

Rodrigo Constantino, economista

Come nasce il nome di Rio de Janeiro?

Monumento a Estácio de Sá 
col Pão de Açúcar sullo sfondo
Dalle finestre di casa posso vedere il monumento che la Città di Rio de Janeiro ha dedicato a Estácio de Sá. Di fronte al Pão de Açúcar, dalla parte della spiaggia di Flamengo, sorge infatti una piccola piramide in pietra sopra al museo intitolato al militare portoghese fondatore di Rio de Janeiro.  
Il primo di marzo del 1565 Estácio de Sá diede il nome di São Sebastião do Rio de Janeiro alla base logistica tra le colline del Pão de Açúcar e del Cara de Cão da dove avrebbe combattuto i francesi presenti nella stessa area. Quella data, d’altra parte, è diventata ufficiale nelle celebrazioni della città di Rio che poco più di un mese fa ha compiuto 447 anni.
Nel febbraio del 1567 Estácio de Sá sarebbe morto all’età di 47 anni in seguito al grave ferimento subito in battaglia il mese prima. Sulla spiaggia di Flamengo il portoghese ricevette in piena faccia una freccia indigena che si conficcò in un occhio e che fu causa della sua morte a distanza di qualche settimana per setticemia.

L'Oceano Atlantico e la Baia di
Guanabara. Sulla sinistra Rio de Janeiro
La vulgata comune vuole che il nome di Rio de Janeiro, letteralmente fiume di gennaio, sia legato all’aver creduto che la grande Baia di Guanabara* fosse appunto un fiume. La sua scoperta risalirebbe al primo gennaio del 1502 grazie ad una spedizione di perlustrazione portoghese.
Ciò che induce ancora molti oggi a credere che i portoghesi avessero scambiato la baia per un grande fiume (il Brasile in effetti è ricco di fiumi con letti di vaste proporzioni), è proprio il termine rio. Nelle mappe portoghesi dell’epoca, tuttavia, era uso comune definire col termine di rio, insenature, fiumi e baie. Gli stessi francesi che nella Baia di Guanabara vi erano entrati dieci anni prima di Estácio de Sá erano al corrente che non fosse un fiume.
D’altro canto, nelle giornate limpide con cui spesso ci si sveglia a Rio (la luce è meravigliosa), la vista dal Pão de Açúcar permette di delineare i confini della baia, quindi, ammesso che i portoghesi non si siano resi conto al momento, è improbabile che abbiano perseverato nell’errore a lungo.

Paride Vallarelli

* Rio de Janeiro sorge tra l’Oceano Atlantico (celebri le sue spiagge di Copacabana e Ipanema) la Baia di Guanabara su cui si affacciano, tra gli altri, i quartieri di Flamengo e Botafogo.

Dilma Rousseff, presidente popolare!


Dilma Rousseff
Dilma Rousseff, il presidente del Brasile, è molto popolare. Il sondaggio uscito il 4 aprile e  condotto da Ibope* assegna al prestigioso inquilino del Planalto una popolarità pari al 77%. Davvero un grande risultato anche perché, se il consenso verso Dilma era scontato nel Nordest del paese (82%), il dato sorprendente è rappresentato dal Sud (72%), l’area geografica del paese per sua tradizione più marcatamente “europea”, e dal Sudest (75%) dove sorgono le due “capitali” del Brasile, San Paolo e Rio de Janeiro.
Piace soprattutto lo stile sobrio di Dilma assai diverso da quello di Lula, il suo predecessore. Profilo basso e poche concessioni al proprio partito e agli alleati in un paese in cui il modo di fare politica assomiglia molto a quello italiano… Una presidente super partes, verrebbe da dire, che più di qualche naso ha fatto arricciare tra le fila dei tanti mestieranti della politica.  
Tuttavia, se la popolarità della Rousseff è davvero alta a quasi un anno e mezzo dalla sua elezione, la ricerca condotta da Ibope non si sofferma al solo consenso del presidente. Il suo governo, infatti,  ottiene una una percentuale di approvazione del 56%  che non è poca cosa ma è ben lontana dal 77%.


Su altre questioni, inoltre, la ricerca di Ibope sembra mettere il dito nella piaga delle difficoltà oggettive di questo paese. I brasiliani esprimono valutazioni in alcuni casi assai negative sull’operato del governo per quelle che potremmo definire le lacune croniche del paese:

A FAVORE
CONTRO
Povertà
59%
37%
Ambiente
53%
37%
Disoccupazione
53%
42%
Istruzione
49%
47%
Inflazione
42%
50%
Sicurezza pubblica
35%
61%
Salute 
34%
63%
Tasso d’interessi
33%
55%
Imposte/Tasse
28%
65%

Paride Vallarelli

* L’Ibope, Instituto Brasileiro de Opinião Pública e Estatística, ha condotto in data 04/04/2012 la ricerca sopra menzionata interpellando un campione di 2.002 persone tra il 16 e il 19 marzo.

mercoledì 28 marzo 2012

País caro e complicado


Rubens Barbosa
De um experiente político britânico, hoje homem de negócios, ouvi, na semana passada, em Londres, que, nos meios empresariais europeus e americanos, começa a ganhar corpo a percepção de que o Brasil está chegando ao limite de sua capacidade de expansão do crescimento e que o governo terá pouco tempo para reverter essa impressão, caso queira manter a grande visibilidade do país e sua atração de investimentos. "O Brasil está muito caro e muito complicado para investir", me disseram várias empresas.
O sucesso da política econômica, demonstrado pela estabilidade da economia, junto com o controle da inflação e a volta do crescimento, e pela expansão do comércio exterior, quadruplicado desde 2003, escondeu os reais problemas do setor industrial por mais de uma década. O alto nível do crescimento em 2010 (7,5%) expôs nossa debilidade no tocante a mão de obra qualificada, a educação e a infraestrutura, enquanto que a baixa taxa em 2011 (2,7%) expôs o impacto sobre a indústria da perda da competitividade da economia brasileira.
A crescente desindustrialização, com a perspectiva de fechamento de um grande número de empresas, e o inevitável desemprego, sobretudo na indústria de transformação, uniram as centrais sindicais e o setor empresarial, liderado pela Fiesp.
O grito de alerta contra a desindustrialização e em prol do emprego, com a perspectiva de grande mobilização popular e a criação de uma frente parlamentar para defender os postos de trabalho e a indústria no Congresso, acendeu a luz vermelha em Brasília.

Dilma Rousseff
A presidente Dilma Rousseff convocou, na semana passada, 28 importantes representantes do setor industrial para discutir a situação e determinar aos ministérios da Fazenda e da Indústria e Comércio medidas concretas de apoio ao setor industrial. Aparentemente, a presidente saiu sensibilizada do encontro e entendeu que o setor industrial de transformação precisa de uma atenção maior neste momento em que, por questões conjunturais, está perdendo competitividade.
Embora, nos dez últimos anos, as medidas de apoio à indústria e ao comércio exterior tenham sido tímidas e muitas vezes nem chegaram a ser implementadas, a reação presidencial parece representar uma mudança positiva de postura em relação à indústria de transformação, o setor mais afetado pela perda da competitividade. Nesse sentido, a indústria não pode senão dar um voto de confiança, na expectativa de que medidas efetivas sejam anunciadas pelo governo no curto prazo.
A desoneração da folha de pagamento sem novo tributo sobre o faturamento, a devolução de impostos bem acima de 3% via Reintegra, a simplificação do PIS-Cofins, a melhoria da eficiência da Alfândega, medidas para impedir a apreciação cambial, a ampliação e o barateamento do crédito, a busca de formas para reduzir o custo da energia e a melhoria da infraestrutura são todas medidas compensatórias bem-vindas. A retomada da indústria depende, entretanto, de medidas mais amplas, que envolvam soluções para o alto custo da tributação, da energia e dos juros bancários, não de mais protecionismo.
Apesar da guerrilha que o governo hoje enfrenta no Congresso, a Frente Parlamentar poderia liderar movimento para discutir uma verdadeira reforma tributária que permita uma ampla negociação entre os estados para benefício de todo o país. Há um pacote pronto para ser discutido entre o governo e os estados. A reforma do Imposto de Circulação sobre Mercadorias e Serviços (ICMS), a aprovação da Resolução 72/2010, que prevê a uniformização da alíquota do ICMS interestadual para importações, a repactuação dos royalties do pré-sal, a desoneração da folha de salários, a dívida dos estados e sua renegociação sem violar a Lei de Responsabilidade Fiscal (LRF), todas essas importantes matérias poderiam ser colocadas conjuntamente na mesa para uma ampla negociação.
Aproveitando o momento, uma modificação no processo decisório do comércio exterior com o reforço da Camex e a separação da Alfândega da Receita Federal ajudaria em muito o setor privado e o funcionamento da economia.

Rubens Barbosa
Presidente do Conselho de Comércio Exterior da Federação das Indústrias do estado de São Paulo


domenica 25 marzo 2012

Quattrozampe a Rio!


Una rilassata Puppy ed un incuriosito Lupo...
E’ giusto dedicare qualche riga ai nostri amici “quattrozampe”… In questo blog in cui in genere si trattano questioni di diverso tenore, oggi è la volta dei cani. Già, perché la popolazione carioca, qui a Rio de Janeiro, ama i cani anche perché le condizioni climatiche si prestano e la città è realmente ricca di zone verdi e parchi dove portare questi animali a sollazzarsi e a fare conoscenza con i propri simili.
Capita anche al sottoscritto, tutti i giorni da quando vivo a Rio, di prendersi cura di due belve feroci che per aspetto e grinta incutono paura a chiunque incroci i loro sguardi. Puppy e Lupo, Fox Paulistinha la prima e Schnauzer… nano il secondo. Beh, forse non sono prestanti al punto tale da provocare reazioni di terrore, ma il carettere non manca!

Davide contro Golia
Già, si diceva che i carioca sono amici dei cani (non che non se ne vedano di gatti ma diversamente dall’Italia i felini sembrano godere di meno considerazione) e posso assicurare che in mezzo al verde della città non è infrequente trovare una maggiore concentrazione canina che umana…
Qui il “dog-sitter” è un mestiere altamente richiesto, numerose sono le persone che girano per la città con diversi cani al seguito, cinque, sei, sette, e che, imbattendosi in un loro collega con altrettanti quattrozampe scodinzolanti, creano situazioni simili al blocco del traffico per mancanza di spazio e per il rischio che qualche regolamente di conti canino possa consumarsi.

Gregorio e Queen sotto il
Pan di Zucchero
Non ho cifre alla mano e non sono in grado di dire quanti cani esistano nella sola città di Rio de Janeiro, ma il numero è certamente elevato. Non ho nemmeno idea di quali siano le razze più ambite ma ho notato parecchi Labrador e Schnauzer nani, oltre a tanti “viralata” che in portoghese significa bastardino.
Rio de Janeiro ama i cani ma credo che in generale i carioca amino molto gli animali anche perché il rapporto città/natura è molto forte. Questo è il bello del Brasile in generale, perché il paese è per sua caratteristica ricoperto di tanto verde e, soprattutto, di colori che in Europa non si vedono. Insomma, i nostri amici “canini” sono ben trattati e riempiono la giornata chiassosamente nel … chiasso urbano carioca!

Paride Vallarelli

venerdì 23 marzo 2012

Viaggio nel Brasile: il fallimento delle realtà locali


La settimana scorsa è uscito un interessantissimo studio* dedicato alle realtà municipali brasiliane nel 2010. Numeri alla mano l’83% dei 5.266 comuni del paese non arriva a generare nemmeno il 20% del proprio fabbisogno, piuttosto sono costretti a richiedere l’intervento del governo federale (União). Solo il 2% dei comuni brasiliani ottiene invece una nota di merito ma, nel complesso, è davvero poca cosa.
Più nello specifico, ecco alcuni dati di rilievo per le 5 macro-regioni o aree che costituiscono il paese e che per ragioni climatiche, storiche e culturali sono molto diverse tra di loro:

500 città (comuni) con la migliore gestione fiscale del 2010

Sul (Sud) 47,6%
Sudeste 32,2%
Centro-Oeste 10%
Norte 5,4%
Nordeste 4,8%

500 città (comuni) con la peggiore gestione fiscale del 2010

Nordeste 74,6%
Sudeste 10,4%
Norte 6,8%
Sul (Sud) 4,6%
Centro-Oeste 3,6%

Le spiagge del Nordeste
Balza agli occhi la situazione drammatica soprattutto nel Nordest del paese, la parte meglio conosciuta all’estero per le sue spiagge da cartolina, che rimane un problema irrisolto e che vive, oltre al turismo, soprattutto di agricoltura. Già, perché lo studio pone in risalto che l’incapacità della stragrande maggioranza dei comuni di “far cassa” è dovuta alla sua natura agricola. La base economica delle varie attività, benché il 50% dei brasiliani viva in aree urbane, è di carattere agricolo e genera un gettito molto basso.
D’altra parte, non sempre i comuni con una buona o ottima gestione fiscale garantiscono ai cittadini servizi di alto livello e buone infrastrutture. Verrebbe da dire che ciò lo si nota facilmente e non ci vogliono particolari studi per accorgersene, ma ciò che ben si sottolinea è la necessità impellente di cambiare rotta per un paese che da più parti viene considerato in grande ascesa.

Eike Batista, il magnate carioca
di origini tedesche
Ieri Dilma Rousseff, il presidente brasiliano, ha incontrato alcuni degli imprenditori più importanti del Brasile tra cui Eike Batista (il 7° uomo più ricco del mondo nel marzo 2012 secondo Forbes). Tale incontro è avvenuto in un momento in cui l’economia brasiliana sta sensibilmente frenando (il PIL brasiliano è passato dal +7,5% del 2010 al +2,7 del 2011). In una dura contrapposizione tra il presidente e le forze politiche al Congresso (soprattutto quelle del suo stesso partito e degli alleati…), Dilma ricerca il sostegno degli imprenditori perché si incentivi il paese a crescere di più.
Il governo ha annunciato che verranno prese misure per la riduzione delle imposte e per la concessione di incentivi all’economia. Saranno diminuiti gli oneri fiscali alle aziende che assumono, l’IPI (Imposto sobre Produtos Industrializados), e il PIS/COFINS (contribuzioni sociali).

Paride Vallarelli

* Lo studio è stato effettuato dalla Firjan (Federação  das Indústrias do Estado do Rio de Janeiro)

domenica 18 marzo 2012

"Garota de Ipanema" compie 50 anni


Tom Jobim (a sinistra) e Vinicius de Moraes
“Garota de Ipanema”, altrimenti nota come “Girl from Ipanema” compie 50 anni. Furono Tom Jobim e Vinicius de Moraes che, agli albori della loro lunga collaborazione, composero (il testo è di Vinicius de Moraes) la canzone più ascoltata di sempre dopo “Yesterday” dei Beatles. Tom e Vinicius, diversi e simili allo stesso tempo, sono considerati gli inventori del genere bossanova che tanto successo ottenne nel mondo intero, e che fece conoscere Rio de Janeiro, “cidade maravilhosa”. Tanto si è scritto su questa celebre canzone, su chi realmente fosse la ragazza che avrebbe ispirato i due compositori, ma ancora oggi esistono dubbi al riguardo. Un alone di mistero rimane ma le note splendide si diffondono nell’aria di Ipanema…


Garota de Ipanema

Olha que coisa mais linda
Mais cheia de graça
E’ ela a menina
Quem vem e que passa
No doce balanço
A caminho do mar

Moça do corpo dourado
Do sol de Ipanema
O seu balançado
E’ mais que um poema
E’ a coisa mais linda
Que eu já vi passar

Ah, por que estou tão sozinho?
Ah, por que tudo é tão triste?
Ah, a beleza que existe!
A beleza que não é so minha
Que também passa sozinha

Ah, se ela soubesse
Que quando ela passa
O mundo inteirinho
Se enche de graça
E fica mais lindo
Por causa do amor


Ragazza di Ipanema

Guarda che cosa bella
Piena di grazie
E’ lei la ragazza
Che sta passando
Dondolandosi dolcemente
Verso il mare…

Bambina dal corpo dorato
Dal sole di Ipanema
Il suo dondolio
E’ più di una poesia
E’ la cosa più bella
Che ho mai visto passare

Ah, perché sto così solo…
Ah, perché tutto è così triste…
Ah, la bellezza che esiste
La bellezza che non è solo mia
Anche lei passa da sola…

Ah! Se lei sapesse
Che quando passa
Il mondo intero sorride
Si riempe di grazia
E diventa più bello
Per colpa dell’amore…

*traduzione di Sergio Bardotti


Paride Vallarelli

Per chi fosse interessato consiglio un articolo apparso oggi su Globo e che racconta di come sarebbe realmente nata “Garota de Ipanema”: