domenica 29 gennaio 2012

Lo stato leviatano nel Brasile del terzo millennio

Non è l’economia di mercato a dettare le reagole del mondo verrebbe da commentare. Di questi tempi, poi, chi s’azzarda a dirlo in pubblico rischia più di qualche tirata d’orecchi. La grave crisi economica che colpisce il mondo occidentale ha messo in ginocchio le grandi economie, quelle che parevano invincibili e destinate a dominare con la globalizzazione il mondo intero.
Eppure, il Brasile, paese di impronta avanguardista e zapatista, quello di Lula/Dilma e del Partido dos Trabalhadores, sembra offrire una “ricetta” sua, guardando di sottecchi alle grandi economie della terra in crisi profonda. Già, perché il gigante giallo-oro non si fida dell’America e, in fondo, se la ride dell’Europa ad un passo dal tracollo, e si propone come ago della bilancia del futuro assieme a Cina e India.
L’oramai ricco Brasile che contribuisce al risollevamento dei paesi in difficoltà a cominciare in modo massiccio col Portogallo, suo antico colonizzatore, e passare per Stati Uniti e Italia, si ritaglia il ruolo di protagonista rispettato e, in alcuni casi, adulato (sono molti gli europei che nei prossimi anni “migreranno” tra San Paolo, Rio de Janeiro, gli Stati del Sud e Minas Gerais).

La domanda, però, ce la dobbiamo porre, perché chi scrive nutre alcuni dubbi sul Brasile odierno, ossia quello che Dilma Rousseff ha ereditato da Luiz Ignácio Lula da Silva. Davvero questo paese è destinato ad un futuro glorioso nelle condizioni in cui è? Rispondere no sembrerebbe un gesto irrispettoso nei suoi confronti, ma è giusto ricordare che vivere in Brasile oggi non è facile per chi è abituato a non essere succube o, comunque, soggetto all’ingerenza totale dello stato e del pubblico sul privato.
Il concetto di individuo in questo paese è assai vago e, tutto sommato, sconosciuto. Esiste, piuttosto, un’idea fissa e, me lo si lasci dire, patetica di comunità (non quella della favela che pure in portoghese “politicamente corretto” è definita comunidade), bensì di popolo da proteggere e informare con un’azione didattica e didascalica da parte dello stato. Un terzo della popolazione brasiliana vive nelle favelas, appunto, ma oltre cento milioni di cittadini di questo paese possono, anzi, potrebbero contare di più se maggiormente responsabilizzati.
Un paese che si vuole sviluppato (e lo affermo da italiano sapendo quali e quante resistenze anche il nostro paese ha incontrato e ancora incontra per affrancarsi dal giogo dello stato leviatano) deve essere consapevole che la strada perché avvenga una vera riforma strutturale della propria forma di stato passa per un forte cambiamento, forse un’autentica rivoluzione, culturale.
La burocrazia degli uffici pubblici, la lentezza con cui si espletano le pratiche, i mille ritardi, le “facili” scorciatoie ungendo i funzionari pubblici assai inclini ad accettare regalie e pecunia, la mancanza di professionalità dovuta alla carente formazione del personale anche a causa di un sistema scolastico e universitario che non prepara a dovere (in ciò, in particolare, l’Italia non è molto diversa) sono aspetti con cui il cittadino brasiliano è costretto a convivere quotidianamente.
Tanti sono gli esempi che si potrebbero fare a tal proposito ma il punto interessante è che il Brasile non è ancora capace di concepire la sua forza lavoro come categoria produttiva. La poca efficienza dell’amministrazione pubblica ne è un esempio, ma altrettanto evidente è la quasi totale mancanza di manodopera specializzata per le aziende private. 

Il ritardo che il Brasile vive in una fase che comunque lo vede protagonista pregiudica il suo cammino verso un futuro brillante. Naturalmente non si può pretendere che i processi di cambiamento avvengano dall’oggi al domani, ma la classe politica e dirigente di questo paese deve comprendere la necessità di un pensiero diverso e, soprattutto, di forme e strutture snelle e non elefantiache di stato.
E’ altresì certo che i brasiliani non possono continuare a sottostare al ricatto di chi li guida e comanda accettando un sistema inefficiente e corrotto che non rende un servizio al cittadino bensì richiede al medesimo di accettare la sua sudditanza. Ci si deve rendere conto che è lo stato al servizio del cittadino e non il contrario. Scivolare in una forma “socialisteggiante” di paese è tutt’altro che impossibile e, checché se ne dica, questo è ciò che rischia di accadere in Brasile. 

Paride Vallarelli

domenica 22 gennaio 2012

Il Veneto verso l'indipendenza?


Balza agli occhi, non c’è che dire, il sondaggio commissionato dal movimento politico di Veneto Stato (VS) riguardo la volontà dei veneti di ottenere o meno l’indipendenza dal resto d’Italia in un ipotetico referendum. A distanza di 150 dall’unità del paese, il Veneto si conferma regione a forte spinta autonomista e, forse, indipendentista benché ci siano parecchie questioni ancora aperte e che meritino di essere analizzate in profondità.
In questo contesto non siamo in grado di affrontare i tanti nodi tutt’altro che sciolti della non facile convivenza tra stato centrale e regioni in cui le forze centrifughe non hanno mai accettato completamente (o non l’hanno accettata affatto) l’Italia unita con Roma capitale, ma non si possono trascurare i numeri di questo studio anche per chi, come il sottoscritto, si ritiene scettico sulle effettive possibilità di una futura indipendenza veneta.
In ogni caso, il sondaggio eseguito tra l’11 e il 13 gennaio con metodo CATI (le rilevazione telefoniche sono eseguite dall’intervistatore direttamente su personal computer) su un’ampiezza campionaria di 1.000 interviste, ha determinato i seguenti risultati:

40,9%         voterei si all’indipendenza del Veneto
35,9%         voterei no, sarei contrario all’indipendenza del Veneto
14,9%         non andrei a votare
8,3%           andrei a votare ma mi asterrei

In realtà, riducendo il campione ai soli votanti, escludendo perciò il “non voto” espresso da chi se ne starebbe a casa e da chi voterebbe scheda bianca o nulla, la percentuale di favorevoli all’indipendenza del Veneto salirebbe al 53,3% (i contrari sarebbero il 46,7%). Le ragioni di questo sorprendente risultato, comunque, possono avere diverse interpretazioni e, a mio modesto avviso, la gravissima crisi economica che sta attanagliando l’Italia ne è una spiegazione tutt’altro che illogica.
In un precedente sondaggio risalente al 2008 la percentuale di favorevoli all’indipendenza tra i veneti era intorno al l’11%. Insomma, fossero le rilevazioni di gennaio 2012 anche approssimate per eccesso e “ottimistiche” non si potrebbe comunque nascondere che il salto avvenuto nel giro di poco più di tre anni è tutt’altro che trascurabile.
Senza nulla togliere alla bontà del rilevamento eseguito da VS, però, non si possono non notare alcuni punti “deboli” che meritano di essere esaminati. La crisi economica, in questo caso, diventa determinante, almeno così si potrebbe pensare, nell’avere spinto una parte consistente degli intervistati a rispondere affermativamente all’indipendenza del Veneto. Il 66,6% della categoria operai sosterrebbe un voto a favore, seguito dal 54,4% di professione media (artigiano, commerciante, impiegato e insegnate), non a caso le categorie in assoluto più tartassate dal governo Berlusconi-Lega prima e dal governo Monti ora.
Su scala minore, ma pur sempre interessante è ciò che avviene per il movimento di VS medesimo. Ricordiamo, infatti, che il sondaggio completo commissionato da VS riguarda un ipotetico referendum sull’indipendenza del Veneto, la visibilità del movimento indipendendista tra i veneti ed il suo bacino e potenziale elettorale. Conosciuto da circa un veneto su quattro (24% per l’esattezza), circa il 4,5% dell’intero corpo elettorale lo voterebbe. Il 63% circa dei suoi conoscitori avrebbe un’istruzione medio-alta (media superiore e università) anche se il 64% rientrerebbe nelle categorie professione bassa o non occupato mentre quasi il 70% avrebbe un’età compresa tra i 18 e 54 anni.

In conclusione, come già sottolineato più sopra, non si può tacere la portata assai interessante di tale rilevamento, ma è probabile che se l’Italia non si trovasse nelle acque agitatissime in cui si trova, forse non avremmo percentuali così alte di quanti sono favorevoli all’autodeterminazione.
Certo, le condizioni sono tali che venirne fuori pare impresa ardua e non si può non pensare che queste percentuali non aumentino ancora, ma nella regione Veneto che per tradizione è anche quella più leghista d’Italia e che da almeno vent’anni è in continuo fermento mal accettando le “imposizioni” dello stato centrale e centralista, poco o nulla è avvenuto. Ed è questa la domanda che molti si pongono da tempo: trattasi di una cosa seria e davvero si vuole arrivare alla rottura da Roma?

Paride Vallarelli

Per chi volesse saperne di più sul referendum indipendendista del Veneto, invito a visitare il link relativo ai risultati sul sito di Veneto Stato: http://www.venetostato.com/2012/01/sondaggio-scientifico-sullindipendenza-del-veneto-il-533-vota-si/

La Gloria di Rio a Praça Paris!



Praça Paris
La notizia è di quelle che rendono la giornata migliore, perché Praça Paris, nel quartiere di Gloria, era quasi diventata scomoda come se lì non ci dovesse stare e fosse semplicemente il punto (ahimé) di incontro degli ancora molti “homeless” che vagano per Rio de Janeiro. Una piazza in quello che fu agli inizi del secolo scorso uno dei bairros (quartieri) più eleganti della città anche per la sua posizione unica di fronte alla Baia di Guanabara. Gloria, infatti, è oggetto di un restyling che caratterizza la città intera del Cristo Redentor in attesa delle Olimpiadi del 2016.
In questo periodo, d’altra parte, sono sempre più evidenti i segni che la città sta cominciando a vivere il cambiamento “imposto” proprio dai giochi olimpici. Il 2016 è davvero un’opportunità da non perdere ed è abbastanza chiaro all’opinione pubblica carioca che il grande evento deve sensibilizzare le coscienze. Già, abbastanza chiaro, perché vizi e cattive abitudini degli abitanti di Rio non sono facili da cancellare in poco tempo.

Gloria vista dall'alto
Gloria e Praça Paris rivivranno l’antica splendore e renderanno questa parte del Centro della città unico. Passato il Carnevale, verranno impiantate ben 50.000 piantine di gigli gialli. Nel frattempo l’artista italiano Giancarlo Neri esporrà la propria installazione Máximo Silêncio em Paris a partire da venerdì 27 gennaio.
Praça Paris, costruita nel 1926 secondo il progetto dell’urbanista francese Alfred Agache, riproduce un elegante giardino parigino ricco di grandi alberi di mandorlo oltre alle fontane e a numerose opere d’arte e sculture. La piazza diventerà lo scenario migliore per macchine da presa e attori famosi per spot pubblicitari che, tra l’altro, avranno protagonista proprio Rio 2016. Non è un caso che la Conspiração Filmes abbia creato una pista di equitazione per girare il video del logo ufficiale di Rio 2016.

Paride Vallarelli

Per saperne di più su Giancarlo Neri:


lunedì 12 dicembre 2011

Rai International e i programmi "dedicati" agli italiani all'estero...


Ho appreso con sorpresa e, non posso nasconderlo, con un sorrisino ironico che da Gennaio  2012 il canale di Rai International non trasmetterà più i programmi “dedicati” agli italiani che vivono all’estero…
Ebbene, credo che sia un grande sollievo perché i soldi spesi per una programmazione che pare riportarci indietro di 50 anni quando ancora gli immigrati italiani partivano alla ricerca di fortuna (quasi avessero la valigia di cartone) sono buttati via. Chissà, forse non si tratta di un abominevole spreco, questo di Rai International, ma l’idea degli italiani “tuttabravagente” che vivono nel paese del mandolino e della pizza era commiserevole.
Comunque, quel che dovevano salvare hanno salvato… Eh già, perché alle partite del campionato di Serie A non si rinuncerà anche se verranno integrate sotto la testata di Rai Sport (ma non sarebbe stato giusto anche prima?). Al calcio, noi italiani, non possiamo rinunciare!

Al Sig. Daniele Renzoni, direttore di Rai International, non manderò una lettera chiedendo che venga mantenuta anche per il 2012 la programmazione attuale. Spero piuttosto che questo aiuti a cambiare registro. Del Supervarietà (o come diavolo si chiama) che passa sempre il Benigni con la Carrà (ma facci vedere cosa c’hai lì sotto…) o il Trio coi suoi antichi Sanremo e tante altre bestialità di una rete che non conosce la parola rinnovamento, non so che farmene…

Paride Vallarelli

mercoledì 7 dicembre 2011

Storia di un eroe brasiliano: Tiradentes


Joaquim José da Silva Xavier, Tiradentes

Il 21 Aprile è festa nazionale in Brasile poiché si celebra la figura di Joaquim José da Silva Xavier, meglio conosciuto com Tiradentes. Dentista, mandriano, minatore, commerciante e militare, Tiradentes divenne un eroe nell’immaginario collettivo brasiliano per avere tentato di sollevarsi contro la corona portoghese nel 1789. In quello che oggi è lo stato di Minas Gerais (stato delle grandi miniere e dei grandi giacimenti di oro), Tiradentes si ribellò al Portogallo quando ancora il Brasile era colonia in seguito all’imposizione della derrama, ossia ben il 20% o un quinto dell’oro estratto nella colonia brasiliana avrebbe dovuto finire nelle casse della madrepatria portoghese dall’altra parte dell’Atlantico.
La sollevazione scoppiata il 15 Marzo, nota come Inconfidência Mineira, ebbe perciò natura separatista e creò una forte aspettativa soprattutto nella classe illuminata di Minas Gerais. Il sostegno avuto, anche perché prendeva ispirazione dalla Rivoluzione Francese che proprio nello stesso anno culminava nella presa della Bastiglia, fu causa di una dura reazione da parte dei portoghesi.

Mappa della Strada Reale tra cui
il Caminho Novo
In realtà, l’idea di Tiradentes e dei suoi compagni era di poter creare nel cuore del Brasile uno stato indipendente, quello di Minas Gerais appunto, che si affrancasse dal giogo del tiranno portoghese. Si deve considerare, d’altra parte, che in ballo vi erano forti interessi economici e che il controllo delle miniere non fosse questione di poco conto, aldilà dei principi e delle ispirazioni liberali del movimento.
Il 10 Maggio, nemmeno a due mesi dall’inizio della rivolta e dopo che  il governo imperiale della corona portoghese aveva ritirato la derrama, Tiradentes e gran parte dei capi del movimento vennero catturati e tradotti a Rio de Janeiro (all’epoca capitale del Brasile). Per circa tre anni attesero la sentenza che risparmiò le vita di tutti, seppure marchiati col disonore perenne, eccetto lo stesso Tiradentes che fu condannato all’impiccagione (gli fu perlomeno risparmiata una morte crudele).
Joaquim José da Silva Xavier salì sul patibolo il 21 Aprile del 1792 nel Campo da Lampadosa (oggi Praça Tiradentes a Rio de Janeiro) e giustiziato. Dopo l’esecuzione la sua casa fu distrutta ed il suo corpo, portato all’Exército para a Casa do Trem (l’attuale Museo Nazionale di Storia, fu fatto a pezzi. Il tronco del corpo fu consegnato alla Santa Casa de Misericôrdia a Rio de Janeiro e sepolto come povero e indigente. Le altre parti del corpo furono essicate e inviate nello stato di Minas Gerais. La testa fu esposta a Vila Rica (l’odierna Ouro Preto), mentre il resto fu esposte lungo il Caminho Novo, la strada nuova, costruita nel XVIII sec., che univa Rio de Janeiro a Ouro Preto.

La cattedrale di Tiradentes
Oggi l’omonima città di Tiradentes, nello stato di Minas Gerais e non lontana da Ouro Preto, è una grande attrazione turistica per le sue belle chiese e abitazioni di stile coloniale. Il giorno 21 di Aprile, con la festa nazionale brasiliana che celebra la figura di Joaquim José da Silva Xavier, Tiradentes ricorda il proprio eroe caduto.

Paride Vallarelli

martedì 6 dicembre 2011

Lo speziale a Venezia


La storia della Serenissima è quella di una grande avventura politica e, soprattutto, economica durata parecchi secoli. Basti pensare che Venezia, prima di cadere sotto i colpi del Bonaparte a fine Settecento vive per oltre mille anni. Dalla sua fondazione, quando le genti fuggivano dai cosiddetti barbari prendendo rifugio sugli isolotti della laguna veneta al suo epilogo, trascorrono qualcosa come 12-13 secoli. Una lunga vicenda, insomma, che ha il suo apice probabilmente all’inizio del XIII sec. quando i Veneziani assediano e conquistano Costantinopoli in quella che passerà alla storia come la Quarta Crociata. Proprio in quel periodo, infatti, lo “Stato da Mar” veneziano raggiungerà i suoi limiti massimi, prima di un lento ma inesorabile declino che porterà Venezia man mano a subire una metamorfosi divenendo anche “Stato di Terraferma” nei secoli successivi.
Non è, tuttavia, mia intenzione fare una cronistoria della Serenissima e del suo leone che ancora oggi suscita grande suggestione ed attaccamento. Si tratta comunque di un lungo cammino costellato di tanti eventi che, seppure lontano è fortemente sentito, quasi vissuto con la speranza, forse l’illusione, di poter ritornare ai bei tempi andati. Negli ultimi anni, d’altra parte, la riscoperta della storia di Venezia è avvenuta per diversi motivi, non ultimo per un’evidente necessità di riappropriarsi delle proprie radici da parte dei tanti che hanno avvertito il bisogno di ripercorrere strade abbandonate o dimenticate da troppo tempo.
Per tale ragione, perciò, ho pensato che fosse interessante dedicare un piccolo spazio all’arte dei mestieri, che pur non rappresentando la grande storia fatta di date di guerre ed armistizi, costituiscono uno spaccato importante per la vita quotidiana nella città lagunare. I mestieri vengono praticati secondo riti e consuetudini del tempo trasmettendosi di padre in figlio. Le confraternite che regolano al loro interno gli statuti, conferiscono al mestiere il giusto rispetto loro dovuto, dando decoro a quanti svolgono quotidianamente le attività più svariate.

Una figura in particolare che mi ha sempre attratto è quella dello Speziale. In un contesto come quello veneziano fatto di calli buie e strette, questa figura assume un fascino unico nel suo genere. Secondo i nostri canoni odierni ci appare come una sorta di farmacista o droghiere, ma tornando indietro nel tempo, di parecchi secoli, noteremo piuttosto che lo speziale è una figura a metà tra quella dell’alchimista e del cerusico.
Ebbene, se da una parte è vero che lo speziale commercia le spezie e somministra le medicine, dall’altra egli si diletta anche con l’alchimia e con la chirurgia. Già, la sua bottega non è un luogo per soli scaffali riempiti di spezie e medicine, bensì pure di arnesi o strumenti con cui pratica la chirurgia. Quanto all’alchimia, invece, preferisce non dare troppo nell’occhio perché con i tempi che corrono la Chiesa è sempre in agguato ed anche in una città come Venezia, conosciuta per essere un centro cosmopolita ed aperto, la lunga mano dell’Inquisizione è sempre in agguato.
Nel suo giuramento alla confraternita, lo speziale si impegna a non dare il veleno, soprattutto l’arsenico, particolarmente usato in questo periodo (molti sono i delitti per avvelenamento).
Di seguito riporto un ipotetico dialogo (tratto da un mio scritto) tra due speziali, il serenissimo Paolo Salmaso ed il visconteo Bernardo Pirovano:

- “Il nostro mestiere può essere pericoloso a volte, soprattutto quando siamo fatti oggetto dei peggiori sospetti. Lo speziale è rispettato ma anche assai temuto, ricordalo.”
- “Non è la prima volta che accenni a qualcosa di grave e pericoloso che potrebbe succedere. Forse a fare il mestiere dello speziale si incorre in qualche rischio, o Paolo Salmaso, per suoi motivi agli altri sconosciuti, si è fatto dei nemici in giro?”Rise Paolo Salmaso, poi mormorò qualche parola poco chiara, infine si avvicinò a Bernardo e, imitando un cane rabbioso, fece finta di morsicarlo ad un braccio. Il giovane di Ripalta Secca indietreggiò lì per lì spaventato per quello strano comportamento, poi, resosi conto dello scherzo, si mise in guardia come a voler combattere in un corpo a corpo con il suo maestro.
- “Mettetevi in guardia, Signore. Ve lo ordino in nome del mio nobile condottiero Francesco Sforza. Abbiate il coraggio di affrontarmi senza trucchi di mago…” poi Bernardo scoppiò a ridere e si ricompose.
Fu così che Bernardo apprese anche i segreti dei veleni che tanto “successo” mietevano in quel periodo in tutta la penisola italica dove si erano e si sarebbero ancora consumate uccisioni illustri con l’uso dell’arsenico in particolare. Era il veleno del tempo, proveniva dal Monte Amiata e tanti morti aveva fatto anche tra i minatori che ne inalavano la polvere quando lo estraevano. Ma non era l’unico ad essere usato per ammazzare, poiché Bernardo venne a conoscenza dell’antimonio che proprio verso la metà del Quattrocento era stato introdotto anche in Italia e le sue caratteristiche erano simili a quelle dell’arsenico. Erano davvero “efficaci”. Chi li utilizzava per eliminare fisicamente i propri avversari non falliva quasi mai, perché si somministravano per un lungo periodo in piccole dosi provocando una morte lenta. Le vittime peggioravano di giorno in giorno senza avvertirne gli effetti iniziali, ma quando si rendevano conto era già troppo tardi.- “A me piace usare la cantarella.” gli confessò un giorno Paolo.
- “La cantarella?”- “Si è un veleno molto particolare che si ottiene dall’arsenico.”
- “Non ne ho mai sentito parlare.”- “Già, non è che sia molto diffuso, ma è forse ancora più terribile dell’arsenico. Bisogna far evaporare urina in un contenitore di rame e mescolare i sali ottenuti con arsenico. E’ un processo abbastanza semplice.”- “Agisce con successo?”- “Certo, non c’è possibilità di scampo.”

La vendita dei veleni a Venezia per un certo periodo viene limitata alle due spezierie principali di San Marco e di Rialto. Il rilascio della bolla che permette loro di esercitare detta alcune regole fondamentali per qualità, quantità e caratteristiche varie. Non si può trasgredire, pena la chiusura della bottega e la carcerazione. A Venezia non si scappa, le regole sono piuttosto ferree, la città è aperta a tutti, ma sulla legge non si transige…
Lo speziale, tuttavia, è anche temuto perché, come già detto più sopra, si presta a più di qualche sospetto in merito a pratiche alchemiche. Una leggenda nera in tutta Europa si è creata intorno alla figura dell’alchimista, poiché ritenuto in grado di compiere attività illecite ed oscure legate alla magia (quella nera, per l’appunto), ma gli speziali veneziani in genere si mantengono nel seminato senza dare eccessive preoccupazioni alla Serenissima. E’ vero che tra di loro esistono uomini capaci di compiere autopsie per studiare il corpo umano, ad esempio, ma non ci sono notizie certe tali da minare la loro reputazione. Si è parlato, a sproposito, di esperimenti su carcasse di animali morti con l’intento di resuscitarli, ma ciò naturalmente non ha mai portato a nulla.
Come cerusico, d’altro canto, lo speziale è anche in grado di intervenire chirurgicamente sulle persone, ma ancora una volta l’opposizione della Chiesa è molto dura, tanto da proibire qualsiasi pratica ed esercizio. Anche in questo caso, l’ombra dell’alchimia si allunga e per la Chiesa è assolutamente necessario fugare qualsiasi dubbio. Venezia non si oppone e per lo speziale dovrà, fare molta attenzione. Se scoperti ad intervenire chirurgicamente, ancora una volta la pena è quella della chiusura della bottega ed eventualmente un periodo di carcerazione.

Per chi fosse interessato, comunque, girando per Venezia è possibile ammirare alcune farmacie d’epoca, tra le più belle. Esempi splendidi sono la farmacia di Santa Fosca, la farmacia di Campo San Polo, la farmacia del Redentore, la spezieria dell’isola di San Servolo e la farmacia San Marco che si trova all’ultimo piano di Ca’ Rezzonico, il Museo del Settecento Veneziano.

Paride Vallarelli

lunedì 5 dicembre 2011

E sette!


Già, perché dopo 337 giorni dall’inizio del mandato di Dilma Rousseff quale successore di Lula, siamo arrivati al settimo ministro dimessosi di cui sei per scandali di corruzione. Il governo a guida petista, ossia retto dal PT (Partido dos Trabalhadores) sta battendo ogni record perché non si è mai verificato nulla di simile (almeno in tempi recenti). Sono troppi i ministri colpiti per poter pensare che il Brasile sia realmente intenzionato a combattere la corruzione.
Ecco una lista dei 6 uomini di Dilma Rousseff usciti dal governo in seguito a pesanti accuse per aver accettato denaro o favorito gli amici e gli amici degli amici:

07/06/2011               Antônio Palocci – Casa Civil da Presidência da República
06/07/2011               Alfredo Pereira do Nascimento – Ministério dos Transportes
17/08/2011               Wagner Rossi – Ministério da Agricultura
14/09/2011               Pedro Novais Lima – Ministério do Turismo
26/10/2011               Orlando Silva de Jesus Júnior – Ministério do Esporte
04/12/2011               Carlos Roberto Lupi – Ministério do Trabalho e Emprego

Della squadra originaria scelta da Dilma Rousseff, ne rimarrà almeno uno non coinvolto in scandali di corruzione? Se continua così…

Carlos Lupi, l'ultimo di una lunga lista
E’ giusto citare, infine, proprio l’ultimo dei “partenti”, Carlos Roberto Lupi, che, chiamato a chiarire le accuse mosse contro di lui, ebbe a dire il 18 novembre davanti al Senato Federale che non aveva mentito ma semplicemente si era dimenticato…
Assicurando d non aver mai conosciuto il direttore della Pró-Cerrado Foundation (organizzazione non governativa che aiuta i giovani a inserirsi nel mondo del lavoro), André Meira, e che mai era stato nel suo jet privato, alcuni giorni dopo aveva sostenuto: “non ho mai detto di non conoscere Meira”. Il ministro, infatti, si era dimenticato come avrebbe sostenuto subito dopo e, pertanto, non lo si poteva accusare di essere un bugiardo!

Paride Vallarelli